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Intervista EsclusivaAprile 2026

"Il Futuro del Lavoro Inizia Dalle Persone"

Un dialogo aperto con Marco Ferretti, Chief People Officer di un gruppo internazionale, sul tema più urgente dell'HR oggi: come costruire organizzazioni resilienti nell'era della trasformazione continua.

45 minuti di lettura 15 Aprile 2026
Manuela intervista Marco Ferretti
Manuela
Manuela
Talent Acquisition Director · PeopleFirst.it
MF
Marco Ferretti
Chief People Officer · Gruppo Internazionale

Marco Ferretti ha trascorso vent'anni a costruire organizzazioni in cui le persone non sono una risorsa da gestire, ma il motore di tutto. In questa conversazione esclusiva per PeopleFirst.it, esploriamo le domande che tengono svegli i People Leader di oggi: come si attrae il talento in un mercato ipercompetitivo? Come si usa l'AI senza perdere l'umanità? E cosa significa davvero fare leadership nel 2026?

M

Marco, partiamo da una domanda diretta: nel 2026, cosa significa davvero mettere le persone al centro di un'organizzazione? Non come slogan, ma come pratica quotidiana.

MF

È una domanda che mi faccio ogni giorno. E la risposta onesta è che la maggior parte delle aziende che dichiarano di mettere le persone al centro, in realtà non lo fa. Lo dice nelle presentazioni, nei valori aziendali, nei comunicati stampa. Ma poi, quando arriva il momento di scegliere tra un taglio di costi e il benessere delle persone, la scelta è quasi sempre la stessa.

Mettere le persone al centro significa qualcosa di molto concreto: significa che quando si prende una decisione strategica — un'acquisizione, un'espansione, una ristrutturazione — la domanda "come impatta questo sulle nostre persone?" è la prima che si pone, non l'ultima. Significa che il Chief People Officer siede al tavolo del board, non solo quando c'è un problema di headcount. Significa che i manager vengono valutati non solo sui risultati di business, ma su come trattano i loro team.

È un cambiamento culturale profondo. E richiede coraggio, perché a volte "mettere le persone al centro" significa rinunciare a un guadagno a breve termine per costruire qualcosa di più solido nel lungo periodo.

M

Parliamo di talent acquisition. Negli ultimi anni il mercato del lavoro è diventato sempre più competitivo. Quali sono, secondo te, gli errori più gravi che le aziende commettono nel cercare talenti?

MF

Il primo errore — e il più diffuso — è confondere la velocità con l'efficacia. Le aziende vogliono riempire le posizioni in fretta, e questa fretta porta a compromessi che si pagano carissimi: persone assunte per la loro disponibilità immediata invece che per il loro potenziale, processi di selezione superficiali, onboarding trascurati. Il risultato è un turnover elevato che costa, in media, tra il 50% e il 200% dello stipendio annuale di ogni persona che se ne va.

Il secondo errore è trattare il recruiting come una funzione operativa invece che strategica. Il talent acquisition non è "riempire posti vacanti" — è costruire il capitale umano che determinerà il successo dell'organizzazione nei prossimi cinque anni. Quando le aziende lo capiscono davvero, cambiano tutto: investono in employer branding, costruiscono talent pool proattivi, formano i manager a essere intervistatori efficaci.

Il terzo errore, forse il più sottile, è dimenticare che i candidati sono anche clienti. Ogni persona che interagisce con il vostro processo di selezione — anche quelle che non assumete — porta con sé un'impressione della vostra azienda. Un processo lungo, opaco, privo di feedback è un danno reputazionale che si accumula silenziosamente.

M

L'intelligenza artificiale sta trasformando il recruiting. Tu come la stai usando nella tua organizzazione? E quali sono i rischi che vedi?

MF

La usiamo, e la usiamo bene — ma con una consapevolezza critica che ritengo fondamentale. L'AI ci aiuta enormemente nelle fasi iniziali: screening dei curriculum, scheduling dei colloqui, analisi delle job description per identificare bias di linguaggio. Ci fa risparmiare ore di lavoro ripetitivo e ci permette di concentrarci su ciò che conta davvero: la relazione con le persone.

Ma i rischi sono reali e non vanno minimizzati. Il primo è il bias algoritmico: se addestri un modello su dati storici di assunzioni, e quelle assunzioni riflettevano bias sistemici — di genere, di provenienza, di percorso formativo — l'AI li replicherà e li amplificherà. Ho visto casi in cui sistemi di screening automatico escludevano sistematicamente candidati con percorsi non lineari, che spesso sono i più interessanti.

Il secondo rischio è la de-umanizzazione del processo. Quando un candidato riceve solo comunicazioni automatizzate, quando non sa mai se sta parlando con una persona o con un bot, quando il feedback è generato da un algoritmo — si perde qualcosa di fondamentale. Il recruiting è, nella sua essenza, un atto umano. L'AI deve potenziarlo, non sostituirlo.

La mia regola è semplice: l'AI decide cosa mostrare ai recruiter, ma sono sempre le persone a decidere chi assumere.

M

Parliamo di leadership. Cosa cerchi, quando selezioni un leader per la tua organizzazione? Quali sono le qualità che oggi fanno davvero la differenza?

MF

La lista delle qualità che cerco si è radicalmente trasformata negli ultimi anni. Fino a non molto tempo fa, cercavamo soprattutto competenza tecnica, track record di risultati, capacità decisionale. Tutte cose importanti, ma non più sufficienti.

Oggi la qualità che mi interessa di più è quella che chiamo "intelligenza contestuale": la capacità di leggere situazioni complesse e ambigue, di adattare il proprio stile di leadership al contesto, di capire quando guidare e quando farsi da parte. In un mondo che cambia così velocemente, un leader rigido — anche se brillante — è un rischio.

La seconda qualità è la capacità di costruire psicological safety nel team. Questo termine è diventato un po' abusato, ma il concetto è potentissimo: le persone danno il meglio di sé quando si sentono sicure di poter dire la verità, di poter sbagliare senza essere punite, di poter portare idee non convenzionali senza essere giudicate. I leader che creano questo ambiente ottengono performance straordinarie. Quelli che non lo fanno, per quanto competenti, limitano il potenziale di tutti.

E poi c'è la vulnerabilità. I leader migliori che ho incontrato nella mia carriera non avevano paura di dire "non so", "ho sbagliato", "ho bisogno del tuo aiuto". Questa autenticità crea fiducia in modo molto più efficace di qualsiasi dimostrazione di competenza.

M

Una domanda finale, più personale. Cosa ti ha insegnato il lavoro con le persone che non avresti potuto imparare in nessun altro modo?

MF

Mi ha insegnato l'umiltà. Ogni persona che ho incontrato in questi anni — ogni candidato, ogni collaboratore, ogni manager — mi ha mostrato una prospettiva che non avevo considerato. Ho imparato che non esiste una risposta giusta universale nelle relazioni umane. Esiste la risposta giusta per quella persona, in quel momento, in quel contesto.

Mi ha insegnato che il potenziale umano è quasi sempre sottostimato. Ho visto persone che sembravano "ordinarie" sulla carta diventare straordinarie nel contesto giusto. E ho visto persone con curriculum brillantissimi fallire miseramente perché non erano nel posto giusto per loro. Questo mi ha reso molto più cauta con i giudizi rapidi.

E mi ha insegnato che il lavoro, alla fine, è una delle esperienze più formative della vita umana. Non è solo un mezzo per guadagnarsi da vivere — è un luogo dove costruiamo identità, relazioni, significato. Quando un'organizzazione capisce questo e si prende cura di questa dimensione, non sta solo facendo del bene ai suoi dipendenti. Sta costruendo qualcosa che dura.

"Il lavoro è una delle esperienze più formative della vita umana. Quando un'organizzazione capisce questo, non sta solo facendo del bene ai suoi dipendenti. Sta costruendo qualcosa che dura."

— Marco Ferretti, Chief People Officer